L'ANSONECO, " IL VINO DEL BIDENTE"
Spesso parlando di vino, l’approccio tecnico/degustativo tende a prevalere su quello narrativo/emozionale. Approfondite analisi sensoriali ci fanno dimenticare che dietro una bottiglia si celano storie di uomini e di terre, ed a volte ci s’innamora di un vino aldilà di qualunque sensata motivazione tecnico/organolettica, ma solo per semplice affinità emozionale, per quello che riesce a raccontarci e per ciò che rappresenta per il territorio in cui viene prodotto.
Ed è proprio di un vino così che vi parlerò.
Argentario, un promontorio tuffato nel mare nella Toscana del sud, ma di fatto una piccola isola collegata alla terra ferma da esili strisce di terra (tomboli) che fanno da confine alla suggestiva laguna di Orbetello.
Porto Ercole, era il 1986, come mia abitudine, quando visito un luogo sconosciuto, mi lascio guidare dagli odori persi nell’aria, che spesso mi raccontano più di quanto riesco a vedere. Lasciatomi il porto alle spalle, il fresco umido delle viuzze del vecchio paese mi venne incontro a placare l’afa di un giorno d’agosto. Era quasi mezzogiorno, un venticello fresco spirava tra i vicoli quattrocenteschi trasportando gli odori delle cucine in piena attività, e mentre lo stomaco gorgogliava suggestionato da effluvi di ragù, carni alla brace ed erbe aromatiche, le mie narici, tra le tante colsero una nota olfattiva inconfondibile, odore di vino. L’istinto professionale prevalse, e ne seguii incuriosito la scia che mi guidò tra scalinate e viuzze, in via S.Antonio n°2, davanti ad un vecchio magazzino sul cui portone campeggiava un consumato cartello scritto a mano, VINO LOCALE.
L’anima da sommelier ebbe un sussulto, la curiosità montava e visto l’uscio semiaperto, infiali la testa per dare una sbirciata. Nella penombra fresca e umida della cantina sedeva un piccolo ed anziano signore dagli occhi vispi, mi vide, sorrise e m’invitò ad entrare, una stretta di mano, un bicchiere di un insolito vino bianco dai riflessi ambrati e quattro chiacchiere tra mare e terra, così conobbi Marsilio Pucci nato nel 1921, ragioniere, ex sommergibilista e sua moglie, Ademia Scotti vignaiola già a sei anni, classe 1923, ed il loro Vinum Plenum, un graffiante e sorprendente “Ansoneco” Costa dell’Argentario.
Vino di grandi contraddizioni, quasi sconosciuto nella zona di produzione e nello stesso vino di famiglia degli Agnelli, la cui Susanna, (per 10 anni sindaco di porto S. Stefano) con regolare puntualità veniva a prendere.
Questi due “ragazzini” ufficialmente dal 1970 gestiscono l’azienda di famiglia di S. Potenziana, un morso di terra posto a 350 m. sul livello del mare, poco più di 5200 mq. strappati al bosco sul promontorio dell’argentario.
Una vigna a piede franco piantata dai genitori di Ademia a metà del 900 su terreni carsici ricchi di calcare cavernoso (Miocene superiore10 milioni di anni fà), terrazze con mura a secco e coltivazione ad alberello, corta la potatura con i tralci che appoggiano su una palatura di canne intrecciate di sicura origine greca.
Abituato a moderni ed attrezzati vignaioli tra composti e super organizzati filari di moderna concezione, vedere Ademia, ultra ottantenne, scorazzare con l’agilità e la sicurezza di un ragazzina tra i sassosi e sdrucciolevoli filari della sua vigna riempie di sconcerto e sorpresa.
La cantina, probabilmente sorta su un ex “palamento”*, è l'antitesi del tecnicismo e della modernità.
* I palamenti, (costruiti nei secoli 1500 - 1700), strutture di modeste dimensioni destinate alla pigiatura dell'uva. All'interno di una sorta di edicola in muratura si trovano uno o più vasche, non di rado scolpite direttamente negli affioramenti di granito. Nella prima viniva pigiata con i piedi l'uva, nella seconda, posta più in basso e collegato mediante un foro detto cucchione , si raccoglieva il mosto. Attraverso un secondo foro, posto nel punto pià basso del palmento, si procedveva al recupero del liquido in otri in pelle di capra che poi venivano con l'asino portato nelle cantine. Questo sistema risparmiava ai contadini il trasporto dell'uva fino al paese, consentendo loro di ricavare il mosto in prossimità dei punti di vendemmia.
Quello di Ademia non è solo un processo lavorativo, ma una vera e propria simbiosi con la sua vigna. Niente chimica, ma conoscenza e rispetto dei ritmi naturali della terra. Solforosa spesso sotto gli 80 mg/l, e trattamenti ridotti all’osso, visto anche la scarsità di pioggia che cade in zona.
Lavora con gesti antichi e consapevoli, dove l’istinto e la memoria storica contadina sostituiscono le moderne tecniche di coltivazione. “Eroicamente” Tutto viene fatto rigorosamente a mano, ed ancora si zappa ancora con il bidente, vite per vite, filare per filare, terrazza per terrazza.
Le viti di Ansonica, dai certi progenitori greci Roditis e Sideritis, in questo fazzoletto di terra a picco sul mare esposte a sud-ovest, hanno imparato a rimanere basse per ripararsi dai venti caldi che soffiano durante il giorno, e nel contempo a cogliere le brezze umide della notte, adattandosi così a sopravvivere con il minimo indispensabile in un habitat aspro ed essenziale.
Il figlio Giuseppe, dal 2005 è diventato un aiuto indispensabile per la conduzione dell’azienda, caricandosi di gran parte del lavoro pesante e manuale, nel fermo rispetto, naturalmente, dei consigli che mamma Ademia continua a dare.
Le uve, ci racconta Giuseppe, vengono raccolte manualmente tra fine agosto e primi di settembre, trasportate e lasciate all’ombra della piccola cantina fino a notte, quando, come tradizione, con il rinfrescarsi dell’aria e relativo calo delle temperature vengono deraspate e pigiate sofficemente. Il mosto ottenuto rimane a contatto sulle bucce 48 ore, con brevi rimontaggi manuali che imprimeranno al vino l'inconfondibile colore ambra dorato.
Luvaggio è Ansonica al 90%, con piccole percentuali di procanico, aleatico, biancone e malvasia.
La fermentazione è naturale da lieviti indigeni, ed avviene in piccoli tini d’acciaio senza alcun controllo sulla temperatura, e come raccomanda Ademia svinatura e travasi solo e rigorosamente nelle fasi di luna calante, dando così luogo ad un processo di chiarificazione naturale ed arcaico che come da tradizione, conferirà al vino una piacevole ed oramai dimenticata nota d’ossidazione, caratteristica irrinunciabile per una vera Ansonica dell’Argentario. Ricordandoci che a volte, un vino è anche patrimonio culturale, espressione di storia e tipicità di un territorio, e non sempre vale vale la pena svenderlo agli altari del gusto contemporaneo, sovente dettato da veloci ed effimere e mode commerciali.
è un vino insolito, non addomesticato, e già il colore d'un vivido e lucente giallo oro dai riflessi ambrati ci mette in allerta, la nota ossidata fa da volano ad una complessità olfattiva che si evolve molto lentamente, dalle fragranze floreali di mele e d'acacia, per arrivare ad impronte più accattivanti di agrumi, con accenti salmastri e minerali.
In bocca entra irriverente, deciso ed avvolgente. Una piacevole freschezza sveglia il palato confermandoci intensità, struttura, e sapidità. L’ossidazione viene confermata , ma essa si accompagna a lievi note iodate che ci ricordano la vigna a picco sul mare.
Ottima persistenza gusto-olfattiva, con un finale asciutto dal lieve sapore di mandorla. Il Plenum imbottigliato rimane 4/6 mesi in cantina prima della vendita, ma in 10/12 mesi aumenta di complessità ed equilibrio, conferendo al colore un brillantissimo e marcato tono ambrato.
Insostituibile abbinamento con i piatti tradizionali dell’argentario, come le linguine con bottarga di muggine, oppure sorseggiato con dei crostini di cefalo sfumato leggermente piccanti. Ma se volete tirare fuori l’anima del Plenum accompagnatelo ad un piatto di “Fica Maschia” dell’Argentario* in umido, con pinoli ed olive nere, come si suol dire; “...è la morte sua!”
meglio detto Il melù o potassolo (Micromesistius poutassou) è un pesce di mare della Famiglia Gadidae, simile ad un piccolo nasello, che viene pescato ed essiccato direttamente in barca. Il suggestivo nome, pare derivi da un sconcertante dai caratteri marcatamente maschili.
Tra il giglio e l'argentario dicono che “non è un vino per signorine”, tenace e indomito, come la gente di mare, ma per fortuna le donne non sono più quelle di allora, ed oggi sono certo, troveranno grande affinità e sintonia con questo..... VINO LOCALE.
Ademia, Marsilio e Giuseppe, per dirla con Veronelli sono “Angeli Matti”, viticultori fuori dagli schemi, che aldilà di ogni retorica celebrazione fanno il vino non solo col palato e con il cuore, ..ma anche con il cervello.
gli voglio bene a questi “matti”, Francesco Tarsia
Sommelier professsionista e degustatore ufficiale AIS
Dati:
Azienda S. Poenziana - Boccadoro -Cetinone
loc. Porto Ercole - Monte Argentario - Grosseto
0564 832312